Biodiversità In Crisi: Il Vero Volto Dell’Italia Verde
(Dietro il mito, il declino della natura)

C’è un video di Oscar Farinetti — lo trovi facilmente su YouTube — in cui il fondatore di Eataly sostiene, con lo slancio di chi sta annunciando la scoperta dell’acqua calda, che l’Italia è il Paese con più biodiversità al mondo. Seconda, a detta sua, solo alla Cina. Un’affermazione lanciata con lo stesso orgoglio con cui un bambino annuncia di aver fatto la pipì nel vasino.
Ora, fermiamoci. Respiriamo. È vero? No. Ma fa bene all’autostima nazionale e quindi passa liscia come un Prosecco al buffet di un battesimo. In realtà, nella classifica reale della biodiversità globale, l’Italia si piazza a metà. Forse anche qualcosa meno. Il podio? Roba da Brasile, Colombia, Indonesia: Paesi dove la natura non scherza e dove la biodiversità non è una dichiarazione d’intenti ma un fatto biologico.
Il punto è semplice: la biodiversità non è una medaglia da appuntarci sul petto. È geografia. È fisica. È sole, acqua e clorofilla. Piove molto intorno all’equatore, lì il sole picchia forte e le piante fanno festa. Di conseguenza, anche gli animali. Tutta la catena alimentare ringrazia. Lì si concentrano le specie viventi, con l’unica eccezione dei deserti, dove invece campano giusto scorpioni, qualche arbusto malmostoso e i turisti.
L’Italia, dicevamo. Nonostante non sia una giungla pluviale, qualcosa ce l’ha. Per gli standard europei, va pure bene. Seconda dopo la Spagna, che però gioca sporco: ha più territorio e le Canarie, un pezzetto d’Africa con palme, lucertole e venti di conquista. Ma anche l’Italia fa la sua parte. È un cuneo infilato nel Mediterraneo, pieno di montagne, pianure, microclimi e due isole grandi abbastanza da sviluppare specie tutte loro.
Facciamo i conti: 56.000 specie animali e quasi 7.000 piante. Tra queste, circa 4.000 animali e 1.000 piante sono specie endemiche. Endemiche significa “solo nostre”. Una rarità biologica che ci rende responsabili diretti: se le perdiamo, non ci saranno repliche. Non è Netflix. È estinzione.
E Qui Casca L’Asino. Anzi, Tutto Il Recinto

La biodiversità, che tanto vantiamo, la stiamo perdendo. E pure in fretta. Lo dice la IUCN, organizzazione seria con acronimo da serie poliziesca, che monitora lo stato di salute della fauna e della flora con l’aiuto di scienziati di tutto il mondo.
Come si capisce se una specie è nei guai? Si guarda dove vive, quanti sono, se la popolazione cresce, cala o stagna, e se c’è qualche minaccia dietro l’angolo pronta a farla fuori. Poi le si infila in una delle seguenti categorie: “non valutata”, “carente di dati”, “tranquilli”, “quasi nei guai”, “nei guai”, “molto nei guai”, “quasi estinta”, “estinta in natura”, “kaputt”.
Indovina dove finisce la maggior parte delle specie? Nelle prime due. Perché? Perché non le conosciamo. Perché non ci sono abbastanza fondi. Perché, in fondo, preferiamo catalogare nuove varietà di panettoni piuttosto che coleotteri.
L’Italia fa un po’ meglio, almeno con i vertebrati. Uccelli e mammiferi sono abbastanza ben studiati. Ma se scendiamo negli abissi dei pesci cartilaginei (squali, razze, chimere), il buio torna a dominare. Più della metà di queste specie è classificata come “dati insufficienti” e tra quelle valutate, metà è in pericolo. Un disastro con le pinne.
Nel Mediterraneo — lo stesso mare in cui ogni estate nuotano allegramente turisti e meduse — le cose vanno ancora peggio. Solo il 16% dei pesci cartilaginei è in salute. Tutto il resto balla sull’orlo del baratro ecologico. E siccome i pesci italiani fanno parte di questo grande mare, possiamo intuire il finale: non sarà lieto.
E Il Mondo? Beh, Peggio

Secondo la IPBES, che fa il punto sulla biodiversità globale, la situazione è tragica. Dei vertebrati, abbiamo già perso l’82% della biomassa. Cioè: gli animali, in termini di peso complessivo, non ci sono più. Sono svaniti. E per gli insetti, anche se i dati sono più incerti, le cose non vanno meglio.
Circa un quarto delle specie animali e vegetali è a rischio estinzione nei prossimi decenni. Sì, hai capito bene: un quarto. Se continuiamo così, ci ritroveremo a studiare la natura solo nei documentari, con David Attenborough che racconta l’ultima lucertola sopravvissuta in un parco giochi abbandonato.
Tra i più sfortunati? Gli anfibi: oltre il 40% delle specie è a rischio. Ma anche le piante soffrono. Cicadi, conifere, piante a fiore… tutta una foresta che si sta ritirando in silenzio.
E qui, cari italiani del nord e del sud, europei in bilico tra due continenti, entra in gioco la consapevolezza. La biodiversità è un patrimonio, sì. Ma non è eterno, non è nostro per diritto divino, e non si salva con le dichiarazioni d’amore su Instagram. Servono soldi, ricerca, cura, attenzione. E un briciolo di senso del limite.
La Condanna alla Nostalgia dell’Eden
C’è una tendenza in Italia, che possiamo definire “sindrome del Bel Paese”, che confonde la bellezza naturale con una specie di involontaria apoteosi della natura. Per molti, la biodiversità è un concetto legato a una visione idealizzata del nostro territorio: montagne innevate, colline verdi, coste incontaminate. Un po’ come il marchio d’origine di un prodotto artigianale che si dice “senza conservanti”. Il problema è che anche il nostro Eden sta invecchiando. Come le bottiglie di vino che nessuno beve, si stanno perdendo quelle varietà di specie che pensavamo tanto invincibili.
Prendiamo il caso degli insetti, le creature tanto temute da alcuni e tanto vitali per la nostra agricoltura. La verità è che, mentre ci preoccupiamo del destino di qualche specie di mammifero raro, gli insetti — quelli che ci aiutano a mantenere il nostro ambiente fertile — stanno subendo una strage silenziosa. Secondo il Global Biodiversity Outlook delle Nazioni Unite, il numero degli insetti è diminuito del 25% negli ultimi decenni.
In questo scenario, la bella e verde Italia è solo una cartolina appiccicata su un muro che, a conti fatti, non esiste più. Gli agricoltori che piantano il mais ogni anno o quelli che continuano a chiedersi come mai i pesticidi sono un male necessario, sono i primi a vedersi sbriciolare la promessa di una terra ricca e fruttuosa.
Le Api: Un Silenzioso Grido D’Allarme

Ma c’è un altro, invisibile problema che ci sta schiacciando senza che ce ne accorgiamo: le api. Le famose api. Quelle che tanto amiamo per il miele e il loro “costicante” ruolo nel processo di impollinazione. Se c’è una specie che rappresenta il termometro di quanto stiamo facendo schifo all’ambiente, quelle sono le api. Se loro scompariranno, scomparirà un terzo del nostro cibo. Già, un terzo. Le api, infatti, sono responsabili di circa il 75% dell’impollinazione delle piante da fiore. Senza di loro, via i frutti, via i legumi, via i semi. Ma non preoccuparti: mentre tu cerchi di raccogliere il miele da un vasetto che ora costa come un diamante, gli scienziati sono occupati a dare la colpa ai pesticidi, alla perdita di habitat e ai cambiamenti climatici. Eppure, paradossalmente, si continua a fare finta che le api possano risolvere i problemi di una terra che le sta uccidendo.
Senza di loro, non ci sarebbero più le mele, le pere, né tanto meno il nostro amato vino. Eppure, la gente sembra pensare che possano vivere in un mondo dove i pesticidi si sprecano e il prato non è più un ecosistema, ma una distesa di monocolture che aspettano solo di essere trattate chimicamente. Risultato? Le api muoiono e con loro l’equilibrio di interi ecosistemi. Questo non è un allarme, è un urlo di battaglia, ma come sempre il nostro amore per l’idea di “tradizione” va oltre. Diciamo “cavoli, che peccato” e continuiamo a vendere saponette a forma di ape.
E qui, cari italiani del nord e del sud, europei in bilico tra due continenti, entra in gioco la consapevolezza. La biodiversità è un patrimonio, sì. Ma non è eterno, non è nostro per diritto divino, e non si salva con le dichiarazioni d’amore su Instagram. Servono soldi, ricerca, cura, attenzione. E un briciolo di senso del limite.
Dal Luogo Comune alla Realtà Scomoda
Parlando di terre fertili, non dimentichiamoci dei disastri legati all’uso intensivo del suolo e della deforestazione. Il nostro territorio, così fiero della sua “biodiversità”, è in realtà una delle terre più sfruttate d’Europa. L’agricoltura intensiva, il cemento che mangia le terre, l’industria che spende più per l’immagine che per l’ambiente, sono le ragioni di un triste destino che minaccia di decimare la nostra “ricchezza” naturale.
Eppure, nei salotti buoni della politica e dell’economia, se ne parla poco. Non c’è bisogno di scomodare eco-attivisti radicali o teorici del complotto: basta guardare le statistiche della FAO, che stimano che l’Italia ha perso più del 30% delle sue terre agricole negli ultimi 50 anni. Un trend che, se non invertito, ci farà guardare il futuro con un altro paio di occhi, quelli del rammarico.
La biodiversità non si difende con l’ennesima trovata pubblicitaria su una bottiglia di vino biologico o con la promozione del parmigiano che “ti fa bene all’anima”. La biodiversità si salva con azioni concrete, politiche ambientali efficienti, e sì, con la consapevolezza che il nostro splendido paese è molto più fragile di quanto amiamo credere.
Non è più il tempo di giustificazioni. Non è più il tempo di narrare storie per mantenerci nell’illusione del “tanto è bello e ce lo meritiamo”. È il tempo di fare qualcosa per proteggere quel che resta della nostra biodiversità, o, come diceva qualcuno di molto più saggio di noi, finirà che saremo costretti a raccontare la nostra natura solo nelle fiabe.
Non è più il tempo della retorica. È il tempo di smettere di raccontarcela.
🍷 Vino sospeso: “La Cerretina” – Pacina

Prodotto da Giovanna e Stefano Tiezzi a Castelnuovo Berardenga, nel cuore del Chianti, “La Cerretina” è un vino che nasce da un ecosistema ricco di biodiversità, tra boschi, oliveti e campi coltivati senza l’uso di sostanze chimiche.
Composto da uve Trebbiano Toscano e Malvasia del Chianti in parti uguali, fermenta spontaneamente con lieviti indigeni e macera sulle bucce per sei giorni in vasche di cemento. Successivamente, matura per 14 mesi in botti di rovere di Allier e acacia, senza chiarifiche, filtrazioni o aggiunta di solfiti.
Il risultato è un vino dal colore dorato intenso con riflessi ambrati, che al naso offre aromi di frutta gialla, fiori di campo, fieno, miele e note balsamiche. In bocca è equilibrato, fresco e salino, con una lieve ruvidità tannica che lo rende autentico e profondo.
Questo vino rappresenta la biodiversità non come slogan, ma come pratica quotidiana e consapevole. È un atto di resistenza agricola, un esempio di come la tradizione possa convivere con la sostenibilità, offrendo un prodotto autentico e rispettoso della terra. Lo trovi qui.
Suggerimenti per la degustazione
Approfondimenti
🌱 Biodiversità in Italia e nel mondo
- ISPRA – Biodiversità in Italia
👉 https://www.isprambiente.gov.it/it/attivita/biodiversita
(Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale: sezione completa con rapporti, dati e mappe aggiornate) - Ministero dell’Ambiente – Biodiversità
👉 https://www.mase.gov.it/temi/natura-e-biodiversita
(Pagina ufficiale del Ministero con spiegazione delle politiche italiane sulla tutela della biodiversità) - WWF Italia – Biodiversità
👉 https://www.wwf.it/cosa-facciamo/natura/biodiversita/
(Chiara, divulgativa, ottima per il pubblico non esperto)
🌍 Dati scientifici e liste di specie minacciate
- IUCN Red List – Versione italiana sintetica
👉 https://www.iucn.it/
(La versione italiana del database mondiale delle specie a rischio; contiene anche focus su fauna e flora italiana) - Portale della Flora d’Italia
👉 https://dryades.units.it/floritaly/
(A cura dell’Università di Trieste: banca dati scientifica e visiva delle piante italiane) - FAO – Biodiversità e alimentazione
👉 https://www.fao.org/biodiversity/en/
(Inglese ma con sezione in italiano: utile per collegare biodiversità e sistemi alimentari)
