Gaia Felix: Viaggio Nel Cuore Dell’Asprinio D’Aversa

È un sabato di fine settembre. Il cielo, poco prima minaccioso, si è aperto, lasciando filtrare scie di luce che bucano le nuvole. Casal di Principe scorre via dal finestrino: case basse, squadrate, villette sparse a rompere la monotonia. D’improvviso, la scritta “Schiavone” sull’insegna di un negozio. Netta, immobile. Non è solo un nome: è un marchio, un’eredità di sangue che inquina l’aria e pesa negli sguardi dei passanti. Mi allontano, cerco di ricordare il motivo del viaggio. La tensione si allenta.
Arrivo a San Cipriano d’Aversa, a 20 chilometri dal litorale Domizio. Qui, nell’areale dell’Asprinio d’Aversa nella pianura casertana, i vigneti si radicano nei suoli sabbiosi estendendosi anche ad alcuni comuni della provincia di Napoli. Raffaele Diana mi accoglie nel suo spazio, dove ogni cosa racconta di vendemmie e memoria. L’odore del mosto mi avvolge: forte, crudo. Le anfore, allineate lungo la parete, vegliano pazienti, custodi di un sapere antico.
Il Racconto di Raffaele Diana
Ha trentasette anni, ma sembra uscito da un’altra epoca. Non insegue il superfluo, non si lascia distrarre. Vive legato a ciò che conta: la terra, il tempo, il rispetto per chi c’era prima di lui. Parla senza fretta, con quella cadenza che non è solo suono, è appartenenza. Ci accomodiamo fuori. Sul tavolo le bottiglie aspettano.
Raffaele: “Le alberate sono la storia della mia famiglia. Ricordo le vendemmie con mio nonno: le mani appiccicose, le ceste traboccanti, le risate. Poi il silenzio delle viti strappate.” Tace, accarezza il bordo di un bicchiere come a cercare le parole giuste. “Questa è una terra che, dopo lo sfruttamento e l’abbandono, pare sia condannata al silenzio. Ma io l’ascolto. Coltivare in biodinamica è l’unico modo che conosco per restituirle la dignità che le hanno tolto.”


Le Radici dell’Asprinio d’Aversa
Si dice che siano stati gli Angioini a portare l’Asprinio dalla Francia, ma c’è chi giura che sia sempre stato qui, selvatico e tenace. Le viti, tutte a piede franco, si arrampicavano su pioppi e olmi, sfruttando gli alberi come sostegno. I tralci, affamati di luce, si allungavano fino a quindici metri, e, attraverso cavi di ferro zincato tesi tra gli alberi, creavano una sorta di pergolato aereo.
Mario Soldati lo descriveva così: “profuma appena, e quasi di limone: ma, in compenso, è di una secchezza totale, sostanziale, che non lo si può immaginare se non lo si gusta… che grande, piccolo vino!”. E Luigi Veronelli lo paragonava ai vinhon verdes portoghesi: “Quando l’ho bevuto, mi sono emozionato. Ero in compagnia di un contadino, dalle parti di Aversa, e quell’Asprinio era eccezionalmente buono. Ben lavorato, fragile, elegante… allegro, brioso… Quello che mi fa rabbia è la consapevolezza di non poterlo ritrovare. L’Asprinio sarebbe un vino splendido se venisse valorizzato.”
Il Silenzio Delle Alberate: Un Mondo Che Sta Svanendo
La vendemmia era un’arte, un rito di destrezza e coraggio. Gli “uomini ragno”, equilibristi scalzi, si inerpicavano sullo “scalillo”, la scala sottile e leggera che li guidava lungo il muro verde delle vigne. L’uva, raccolta a mano, veniva adagiata nella “fescina”, un cesto di vimini dalla base appuntita che, lasciato cadere rapidamente, si incuneava nel terreno senza rovesciarsi.
Gli ultimi, ormai anziani, non salgono più. Nessuno insegna, nessuno impara.
Raffaele abbassa lo sguardo. “Ci vorrebbe una scuola, qualcuno che restituisca questa sapienza ai giovani. Altrimenti andrà persa. Oggi le alberate sono poche, e chi le custodisce lo fa con la tenacia di chi protegge una lingua in via d’estinzione.” Eppure, un tempo, quell’uva arrivava lontano. L’Asprinio prendeva la via della Francia. I commercianti d’Oltralpe lo acquistavano affascinati dalla sua acidità tagliente, dalla freschezza. Si dice che lo usassero per produrre vini spumanti e che, forse, abbia persino avuto un ruolo nello sviluppo dello Champagne.
Raffaele: “Questo è il problema. Le buone tradizioni sono morte, e le viti, non sapendo dove andare, si sono abbandonate al silenzio.” Ma le radici non muoiono, le radici aspettano il momento giusto per rifiorire.
Il Viaggio a Villa Literno e la Magia delle Alberate

Dopo aver assaporato i primi momenti della visita alla cantina, Raffaele mi invita a salire in macchina. La destinazione è Villa Literno, dove lui ha le sue alberate. Mentre percorriamo la strada, il paesaggio casertano scivola via, trasformandosi lentamente da modernità a storia. Non ci vuole molto per arrivare, ma quando scendiamo dalla macchina e ci avviciniamo alle vigne, il silenzio e la bellezza del luogo mi colpiscono di nuovo. Le alberate si stendono davanti a me come un mare di verde che sembra non finire mai, con le viti che si arrampicano su pioppi e olmi. È un paesaggio raro, una visione che continua a emozionarmi ogni volta, come se fosse la prima. In quell’istante, sento il peso della tradizione, la cura per la terra e la memoria di chi, con fatica e passione, ha preservato questa pratica secolare. Non è solo un paesaggio naturale, è un atto di resistenza, una lotta silenziosa contro l’oblio.
I Vini Assaggiati in Cantina

Lucius 2022 – Terre del Volturno
Un vino leggiadro, il Lucius 2022 si presenta con il suo 80% di Barbera e il 20% di Primitivo. Il naso è intrigante, senza essere invadente: prugna, amarene sottospirito, e una leggera menta selvatica che si fa strada delicatamente. Il tannino è ben integrato, ma forse manca dello slancio che avrebbe potuto dare un maggiore dinamismo al sorso. Un vino che non sbaglia, ma che non stupisce, rimanendo nei confini della discrezione.
Publius 2022 – Asprinio Frizzante
Frizzante e fresco, il Publius 2022 racconta la leggerezza di un Asprinio da viti maritate. Il naso evoca nespola e frutta matura, ma la profondità è limitata. È il compagno perfetto per un aperitivo estivo, per quelle giornate che si distendono lentamente sotto il cielo di settembre. Leggero, disinvolto, il Publius è il vino ideale per essere servito in terrazza, dove il tempo si ferma e la freschezza è protagonista.
Lithernum 2019 – Asprinio da Viti Maritate
Il Lithernum 2019, anch’esso Asprinio da viti maritate, ha un’anima più complessa. Con tre giorni di macerazione sulle bucce, il vino si presenta con un colore oro antico e un naso che racconta miele, affumicatura leggera, albicocca e cera. La freschezza è netta, il sorso succoso e bevibile, con una bella acidità che stimola la salivazione. Più slanciato rispetto al Publius, è un vino che rimanda al passato ma guarda al futuro, un perfetto equilibrio tra eleganza e potenza.
E mentre Raffaele Diana e pochi altri si ostinano a dare un senso a ciò che molti avevano ormai dimenticato, il destino dell’Asprinio resta nelle mani di chi ha il coraggio di scommettere su un futuro che non ha bisogno di etichette per essere autentico. Forse, in questa lotta silenziosa, c’è qualcosa di più grande della vite e del vino. C’è la dignità di una terra che, pur essendo stata calpestata, continua a raccontare la sua storia, pronta a rifiorire, come l’Asprinio stesso, che ha il sapore della resistenza e della speranza. E questo Asprinio, prodotto in modo naturale, è il simbolo di una tradizione che resiste, un vino che non solo racconta la storia della terra, ma anche quella di chi si oppone alla logica del mercato, facendo vivere un’agricoltura che non si piega alla chimica.
E se è vero che la tradizione muore solo quando smettiamo di raccontarla, allora l’Asprinio continuerà a vivere, non solo nelle bottiglie, ma nel cuore di chi sa riconoscere la bellezza che non si arrende.
👉Approfondimenti
🖋 Il mio percorso umano e professionale è stato profondamente influenzato da Sandro Sangiorgi e dall’associazione Porthos, dove ho avuto l’opportunità di scoprire il mondo del vino naturale. I suoi libri e la sua visione sono stati per me insegnamenti fondamentali. Se desideri approfondire, trovi i link qui sotto.
Primo incontro col vino buono e naturale – Porthos
Corsi ed eventi Didattica – Porthos
Editoria – Porthos Editore – Porthos
Da non perdere il libro L’invenzione della Gioia
Degustazioni Da Non Perdere
Il Vino tra cielo e terra: La Biodinamica spiegata agli innamorati del liquido odoroso
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