Gli Ancestrali E Rifermentati In Emilia

Non c’è niente di moderno nei rifermentati in bottiglia, e men che meno negli ancestrali. Sono vini che non si mettono in posa, che non si lasciano imbrigliare da disciplinari glamour o narrazioni da vetrina. Non cercano luce, la generano da sé. Vivono nell’ombra degli scaffali nobili, dove la polvere ha la dignità della pazienza, e si fanno trovare solo da chi li sa aspettare. Ancestrale è il gesto di chi, senza nulla aggiungere, consegna l’inverno al vino come un tempo sospeso, un dormiveglia da cui la primavera, poi, sveglierà ogni cosa. Il rifermentato, invece, è atto di memoria: il mosto conservato torna nel vino per dirgli da dove viene, per riportarlo a casa, anche quando la casa non c’è più.

Niente sboccatura, nessuna filtrazione: il fondo resta, perché è lì che si custodisce la verità. Opaca, instabile, a volte ostinata. Ma viva. E in questo fondo si deposita una possibilità: quella che il vino non sia oggetto da consumare, ma corpo che resiste, che pulsa, che rifiuta l’addomesticamento come forma di rispetto verso chi lo ha generato.

La Geografia dell’effervescenza

L’Emilia è una terra in cui il vino non si produce: si accoglie, si attraversa. Non c’è bisogno di proclami: le sue colline non sbandierano vocazioni, eppure custodiscono un sapere che scorre sotto pelle, tra marne, calcari, sassi dispersi e umidità. L’Appennino non si esibisce, ma guida. Il clima, poi, fa il resto: estati afose e inverni duri. In mezzo, lo sbalzo, l’incoerenza meteorologica che diventa condizione ideale per l’ancestrale. Perché qui il vino fermenta anche quando dorme, anche quando nessuno lo guarda. E l’azoto, che altrove abbonda, qui scarseggia, costringendo i lieviti a fermarsi, a tacere, a fingersi morti fino a quando la primavera non li risveglia. Nessuna seconda fermentazione voluta, solo accaduta. Senza inviti. Senza controllo. Solo perché così doveva andare.

Viti e Volti: Un Caleidoscopio Di Uve

L’Emilia non si accontenta di una sola voce: preferisce il coro. Ogni provincia ha la sua lingua e ogni collina un proprio accento. A Piacenza, il Gutturnio – un’unione di Barbera e Croatina – gioca a fare il classico, mentre la Malvasia di Candia aromatica, è impossibile da ignorare. Parma risponde con bianchi lievi, ma tutt’altro che banali. Modena e Reggio si offrono al vino come una pagina già segnata: è la patria del Lambrusco in tutte le sue declinazioni – Sorbara, Grasparossa, Salamino, Maestri, Montericco – vitigni fratelli eppure sempre in disaccordo, come succede in tutte le famiglie. Bologna mette sul piatto il Pignoletto e il Montù, due vitigni minori solo per chi si ferma ai numeri, mentre Ferrara custodisce la Fortana, detta Uva d’Oro, che resta avvolta da un mistero sottile.


Il Vino Che Parla

Se l’Italia fosse una bottiglia, l’Emilia sarebbe il punto in cui il tappo esplode. Con oltre 160 milioni di bottiglie prodotte ogni anno, di cui il 75% sotto la dicitura IGT Emilia, questa regione incarna il paradosso della semplicità complessa: qui il frizzante non è un vezzo ma una condizione dell’anima. È l’unico luogo dove il vino pare respirare più fuori che dentro la bottiglia, e in cui la bollicina non serve a far festa, ma a testimoniare un fermento più profondo. In Veneto si contano i volumi; in Lombardia si catalogano ambizioni. Ma è in Emilia che il vino continua a vivere anche quando non si parla di lui.

Lambrusco: una sola volta, ma per sempre.

Lambrusco Marani

È il vino che l’Italia ha amato, poi dimenticato, poi guardato con imbarazzo, come un parente che non sa stare al suo posto. Ma il Lambrusco, con la sua genealogia che affonda nella vite selvatica e nel sangue dei contadini, non ha mai chiesto il permesso per esistere. Non si è fatto educare dal mercato, né ingentilire dalle mode. È vino che spinge, che frizza senza trucco, che cambia pelle a seconda del terreno e dell’umore di chi lo fa. Se Plinio il Vecchio lo citava e Virgilio lo beveva, ci sarà stato un motivo. O forse no. Ma poco importa: il Lambrusco non è mai stato un vino da giustificare. È il vino che non vuole piacere a tutti, ma solo a chi ha il coraggio di berlo senza preconcetti.

Sur Lì: la presa di posizione

Foto dal sito Emilia Sur Lì

A un certo punto, tra fiere patinate e omologazioni da export, alcuni vignaioli hanno detto basta. Hanno smesso di lucidare le bottiglie e hanno cominciato a lasciarle sporche, vive, torbide. Le hanno lasciate “sur lì”, con i lieviti dentro, come a dire che la verità non si filtra. Hanno abbandonato la finzione del vino educato per tornare alla ruvidità di quello vero. Emilia Sur Lì non è una moda, è un gesto politico. È l’atto di chi produce vino per esigenza interiore, non per richiesta di mercato. Sono bottiglie che graffiano, sorprendono, e che raccontano la vigna più di mille brochure. Non sono perfette, ma sono oneste.


Il vino ancestrale non è nostalgia. È un presente che si ribella al tempo, una torsione lenta della materia che ricorda a chi beve che esiste un altro modo di stare al mondo. Non migliore. Non peggiore. Solo più vero. Fermenta ai margini, dove nessuno guarda, dove le regole smettono di valere e cominciano le possibilità. E lì, tra il silenzio e il fondo, qualcosa continua a muoversi.

🍾Il mio Vino Sospeso

A te che sei arrivato fin qui, lascio un Vino Sospeso come gesto, come pensiero.
Non è un consiglio, non è una lezione. È un dono. Un filo che ci tiene legati, anche a distanza. Lo scelgo in silenzio, dopo aver scritto.
Grazie per il tempo che mi hai dato. Se berrai questo vino, o lo hai fatto già, fammi sapere. Sarà come ritrovarci.

👉Vino sospeso: Spergola Trebbiano di Podere Magia
Ho scelto questo vino perché incarna, senza compromessi, l’essenza di un territorio che non ha mai smesso di fermentare.

In un calice che unisce la verticalità della Spergola alla morbidezza del Trebbiano, si ritrova la memoria contadina che non ha bisogno di filtri né di maquillage. È un vino che parla con voce propria lasciando che siano i lieviti a raccontare la storia.

Prodotto da Stefano Pescarmona, agronomo e vignaiolo che ha fatto della biodinamica una filosofia di vita, questo vino è il risultato di un lavoro rispettoso della natura e dei suoi ritmi. Le fermentazioni spontanee, i travasi e gli imbottigliamenti seguono il calendario lunare, e la rifermentazione in bottiglia avviene con il mosto della stessa annata, senza filtrazioni né solfiti aggiunti.

È un vino che non cerca di piacere a tutti, ma che sa farsi amare da chi è disposto ad ascoltare. Un vino che, come l’Emilia, non si concede facilmente, ma che, una volta scoperto, lascia un segno indelebile.

Perché in un mondo che corre verso l’omologazione, scegliere un vino come questo è un atto di resistenza. Un modo per ricordare che la bellezza sta nelle imperfezioni, nelle sfumature, nei dettagli che sfuggono a uno sguardo distratto.

E allora, lasciamoci sorprendere da questo vino sospeso, che ci invita a rallentare, ad ascoltare, a sentire. Perché, come scriveva Montale, “ciò che siamo lo dobbiamo al caso, ma ciò che diventiamo lo dobbiamo alla scelta”.

👉Approfondimenti

🖋 Il mio percorso umano e professionale è stato profondamente influenzato da Sandro Sangiorgi e dall’associazione Porthos, dove ho avuto l’opportunità di scoprire il mondo del vino naturale. I suoi libri e la sua visione sono stati per me insegnamenti fondamentali. Se desideri approfondire, trovi i link qui sotto.

Corsi ed eventi Didattica – Porthos

Editoria – Porthos Editore – Porthos

Da non perdere il libro L’invenzione della Gioia

📌 Ti lascio qualche altro articolo scritto di recente, magari ti ci ritrovi, magari ti sorprendono. 😊

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