Le mie degustazioni: dove il vino non è mai solo vino

Di Simona Abate
Negli ultimi anni ho partecipato a degustazioni in cui il vino non era solo vino, ma una narrazione epica. Il terroir era protagonista assoluto, il tempo atmosferico aveva più impatto di una tragedia shakespeariana e ogni bottiglia versata raccontava una storia di sacrificio, dedizione e, ovviamente, lunghe attese nelle barrique. Eventi in cui si parla di tannini, fermentazioni spontanee, macerazioni che durano più di certe relazioni sentimentali. E, come sempre, arriva anche il momento di discutere di lui: l’entità astratta che aleggia su ogni degustazione, il nemico pubblico numero uno, il protagonista delle più accese discussioni tra enofili… il solfito.

Il Mostro sotto il Letto: il Solfito
Ah, il solfito. Croce e delizia del mondo del vino. Per alcuni è il male assoluto, una sostanza demoniaca che trasforma l’uva in un veleno da evitare con la stessa attenzione con cui si evita il tizio che distribuisce volantini pubblicitari in strada. Per altri è semplicemente un male necessario, una sorta di polizza assicurativa contro il disastro. Poi ci sono quelli che sostengono di essere allergici ai solfiti ma che bevono tranquillamente prosecco e sgranocchiano frutta secca, dimenticando che questi ultimi ne contengono quantità decisamente superiori.
Riduzione, Ossidazione e Altri Drammi Esistenziali
Un giorno mi imbattei in una discussione sulla riduzione e l’ossidazione. Due concetti che, per chi non è abituato a parlare di vino, potrebbero sembrare del tutto astratti o poco significativi.
L’ossidazione è il processo per cui il vino, esposto troppo a lungo all’aria, si modifica chimicamente: il colore si scurisce, i profumi perdono freschezza, il gusto si appiattisce fino a ricordare la frutta troppo matura o addirittura l’aceto. Se voluta, può dare vini complessi, come certi sherry o ossidativi del Jura. Se involontaria, è il peccato capitale, il tradimento, la rovina dell’enologo.
La riduzione, invece, è l’esatto contrario: un vino che ha sofferto di troppo poco ossigeno sviluppa aromi che possono variare dal minerale e intrigante (pietra focaia, fiammifero acceso) al drammaticamente sgradevole (uova marce, cavolo bollito, fogna di paese dopo un temporale). Se controllata, regala sfumature affascinanti; se sfuggita di mano, trasforma il bicchiere in una grotta sulfurea da cui si fugge in cerca d’aria.

Quando il Vino Ti Guarda dall’Alto in Basso
E poi ci sono loro, i vini della serata. Alcuni eleganti e composti, altri strafottenti e arroganti come un critico cinematografico a Cannes. Ci sono i vini che ti abbracciano con la dolcezza di un vecchio amico e quelli che ti sfidano come un duellante dell’800, lasciandoti a combattere con tannini più ruvidi di un cuscino riempito di pietre.
Il pubblico scruta ogni bicchiere con la concentrazione di un detective della Scientifica. Le ruote olfattive girano a velocità supersonica: viola appassita, pepe nero, pietra focaia, cuoio vissuto. E mentre alcuni annuiscono con convinzione, altri si chiedono in silenzio se il “cuoio vissuto” abbia davvero senso come descrittore o se sia un concetto rubato alla moda vintage.
I bianchi parlano di freschezza, acidità vibrante, tensione minerale. Un termine, quest’ultimo, che scatena dibattiti infiniti: la mineralità esiste davvero o è solo un’invenzione poetica per giustificare certi sapori? Qualcuno si azzarda a dire che sente “una bella sapidità” e dall’altra parte della sala si solleva un sopracciglio scettico.
Il Linguaggio del Vino: Arte, Filosofia o Semplice Inganno?
Diciamolo: il linguaggio della degustazione è un’arte oscura. Da un lato, c’è chi lo padroneggia con una maestria da illusionista, tirando fuori descrittori improbabili che farebbero impallidire un poeta decadente. Dall’altro, ci sono quelli che cercano disperatamente di partecipare, annuendo con convinzione anche quando non hanno la minima idea di cosa stia succedendo.
In questi incontri, si passa dal tecnico al filosofico con la stessa disinvoltura con cui si alternano bianchi e rossi. Un vino è “didattico”, un altro “meditativo”, un altro ancora è “scontroso ma affascinante, come un romanzo di Dostoevskij”.
La Degustazione come Rito Iniziatico

C’è un momento in cui il tempo sembra fermarsi. Succede quando un vino particolarmente evocativo viene versato nei calici e il silenzio cala improvviso. Nessuno parla, nessuno gesticola. Solo nasi nei bicchieri, occhi chiusi, respiri profondi. È un momento mistico, quasi religioso. Poi, come per magia, iniziano le descrizioni: note di frutta matura, un accenno di sottobosco, quella speziatura elegante che accarezza il palato.
La platea ascolta, valuta, assorbe. Qualcuno prende appunti con la stessa dedizione con cui un monaco amanuense ricopiava i testi sacri nel Medioevo. Il vino, nel frattempo, si apre, cambia, evolve. Qualcuno nota che è diverso da quando è stato versato. “Sta respirando”, dice con convinzione. E per un attimo sembra davvero che nel bicchiere ci sia qualcosa di vivo, che aspetta solo di raccontare la sua storia.
Il Vino è un Viaggio (e anche una Maratona)

Alla fine della serata, tra un tannino setoso e un’acidità bilanciata, il pensiero comune è uno solo: il vino non è mai solo vino. È geografia, storia, cultura, emozione. È un viaggio nel tempo e nello spazio, è una conversazione con la terra, il sole e il vento.
Ancora un ultimo sorso, un ultimo brindisi e poi via, nel freddo della notte, con la certezza che il vino, alla fine, non si lascia mai davvero afferrare—si rincorre, si ascolta, si beve, e poi sfugge via, lasciando solo la voglia di ricominciare.
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