La PAC Salverà Il Mondo

Sostenibili a chi? La PAC, il Greenwashing e il Teatro dell’assurdo

Atto primo: la scena è pronta, il pubblico dorme

C’è qualcosa di profondamente tragicomico nella Politica Agricola Comune, per gli amici PAC. Una sigla che evoca ordine, pianificazione, armonia tra agricoltura e futuro dell’umanità. In realtà, sembra più il titolo di una pièce teatrale in tre atti: “Il dramma dell’agricoltore, la farsa del burocrate, l’apoteosi del consulente”. Ogni atto rigorosamente finanziato a fondo perduto, purché corredato da un bel logo europeo e da qualche slide in PowerPoint con alberi verdi, acronimi e bambini che corrono tra i filari. Sul palco, l’illusione di una transizione ecologica elegante, fluida, impeccabile. Dietro le quinte, la solita compagnia di giro che recita sempre lo stesso copione.

Sostenibilità: il grande inganno semantico

Uno degli aspetti più equivoci, quasi sfacciatamente grotteschi, della PAC è il suo amore dichiarato per la “sostenibilità”. Un amore da copertina patinata, con tanto di parole chiave come “biodiversità”, “resilienza”, “transizione ecologica”, “innovazione digitale”. Peccato che la realtà, come sempre, sia più prosaica: dietro queste etichette si nasconde spesso una gigantesca macchina del trucco. Un make-up istituzionale, utile a rendere presentabili operazioni agricole che con l’ecologia hanno lo stesso rapporto che ha un hamburger con la dieta mediterranea. Si finanziano impianti ipermoderni, si premiano tecnologie che sembrano venire dal futuro, ma che nella sostanza non fanno altro che riprodurre lo stesso modello intensivo, predatorio e stanco.

L’arte del racconto sostenibile

Le grandi aziende agroalimentari si sono evolute: non solo producono, ma sceneggiano. Sono passate dalla coltivazione alla fiction. Hanno imparato l’arte del racconto sostenibile: scrivono progetti impeccabili, selezionano parole chiave come un pubblicitario, usano immagini di api e contadini in controluce. E poi ricevono fondi. Fondi che, alla prova dei fatti, servono a replicare su scala industriale le stesse logiche che ci hanno portato sull’orlo del collasso climatico. Ma in modo green. Il tutto perfettamente coerente con un sistema che premia chi conosce la burocrazia meglio della terra. Il risultato è un gigantesco paradosso: più sei capace di raccontare quanto sei sostenibile, meno importa se lo sei davvero.

Nel silenzio di una vigna vera

Nel frattempo, in una vigna vera, magari in collina, c’è un uomo che pota. Poche parole, mani dure, schiena curva. Non ha un ufficio stampa. Non sa cosa significhi “Piano Strategico Nazionale”. Non ha tempo per le “filiere intelligenti” o per la digitalizzazione agricola. Eppure è lui a custodire il paesaggio, il suolo, la memoria. È lui a tenere in piedi, silenziosamente, un’economia che non ha bisogno di slogan. Ma questo non basta. Per la PAC, conta la narrazione. Conta il modo in cui presenti la tua richiesta, la tua scheda tecnica, la tua capacità di soddisfare criteri pensati da chi la vigna la vede solo su Google Earth. Chi non sa raccontare, chi non si adatta al linguaggio da scartoffia, è fuori dal gioco.

Le parole sono tutto

La PAC è molto più di un sistema di sussidi. È una narrazione. È un romanzo collettivo scritto da chi sa maneggiare il lessico giusto: “efficienza”, “innovazione”, “impatti positivi”. Un romanzo che si riscrive ogni anno, ma con gli stessi personaggi: il grande agricoltore, il tecnico visionario, il consulente onnipresente, il funzionario europeista. Chi coltiva la terra, invece, fa tappezzeria. O, nella migliore delle ipotesi, viene usato come testimonial per la comunicazione istituzionale. La PAC è un club in cui entra chi sa usare le parole giuste nei momenti giusti. Come diceva Wilde, “il cinico è colui che conosce il prezzo di tutto e il valore di nulla”. E la PAC, di cinismo, è maestra.

Il vino naturale non esiste per l’Europa

E il vino naturale? Chi se ne frega. Davvero. Perché il piccolo produttore, quello che lavora senza chimica, senza diserbo, senza enologi da laboratorio, non rientra nei parametri. Non ha un social media manager. Non fa piani triennali. Non ottimizza. Fa vino. Con le mani, con la terra, con il tempo. Non fa dichiarazioni di sostenibilità: la pratica ogni giorno, senza chiamarla così. Eppure, per lui, i bandi europei sono inaccessibili, incomprensibili o semplicemente inutili. L’Unione parla una lingua che non è la sua. Una lingua dove la biodiversità si misura in Excel, non nel profumo di una fermentazione spontanea.

Un vino che non si può misurare

Il vino naturale è fuori scala. Non è standardizzabile. Non può essere inserito nei grafici, nei report, nei piani strategici. Non può essere certificato da chi non conosce la complessità di una vendemmia sotto la pioggia, né la paura di una gelata a marzo. È un vino che si fa con la vita, non con le scadenze. È un vino che non si racconta, si beve. E forse per questo non trova posto nella PAC. Perché ricorda che si può ancora coltivare senza obbedire. Produrre senza corrompere. Vendere senza vendersi. E che tutto questo ha un valore che nessun finanziamento potrà mai comprare.

Cosa potrebbe essere, e non è

La Politica Agricola Comune potrebbe essere un’occasione. Potrebbe premiare chi lavora senza inganni, chi cura il suolo come un bene comune, chi semina senza promettere raccolti miracolosi. Ma non lo fa. O lo fa troppo poco, troppo tardi, troppo male. Perché cambiare significherebbe riscrivere tutto. Non solo i regolamenti, ma anche le abitudini, i poteri, le priorità. Servirebbe una rivoluzione culturale. Servirebbe il coraggio di dare voce a chi finora ha solo zappato.

La maschera e la verità

E allora resta il teatro. Resta il greenwashing con delega. Resta la PAC come commedia dell’assurdo, dove si recita la sostenibilità mentre si continua a finanziare l’insostenibile. Dove si festeggiano i numeri, mentre i piccoli scompaiono uno dopo l’altro. Dove si scrive di innovazione mentre si distrugge la memoria dei territori.

🍾Il mio vino sospeso

A te che sei arrivato fin qui, lascio un Vino Sospeso come gesto, come pensiero.
Non è un consiglio, non è una lezione. È un dono. Un filo che ci tiene legati, anche a distanza. Lo scelgo in silenzio, dopo aver scritto.
Grazie per il tempo che mi hai dato. Se berrai questo vino, o lo hai fatto già, fammi sapere. Sarà come ritrovarci.

👉 Geschickt – Le Schlouk: Nasce dal Domaine Geschickt, resiste alle logiche della PAC. Con una combinazione di Gewürztraminer e Sylvaner, racconta la storia di chi lavora la terra con passione. Fresco e intenso, con note di litchi e spezie, è il simbolo di un’agricoltura autentica, lontana dalle pratiche opportunistiche.
Proprio come il piccolo produttore che lotta contro il sistema, Le Schlouk è un atto di resistenza. Non è il prodotto di chi cerca finanziamenti, ma di chi crede ancora nel valore dell’autenticità. Scoprilo su Arké Distribuzione Vini


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🖋 Il mio percorso umano e professionale è stato profondamente influenzato da Sandro Sangiorgi e dall’associazione Porthos, dove ho avuto l’opportunità di scoprire il mondo del vino naturale. I suoi libri e la sua visione sono stati per me insegnamenti fondamentali. Se desideri approfondire, trovi i link qui sotto.

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