Santanché e la propaganda del giudizio

Una statistica da incubo
Daniela Santanchè, con la consueta finezza che la contraddistingue, ha deciso di illuminare il dibattito pubblico con una perla di statistica creativa: il 90% delle donne che arrivano in Italia vanno a fare le prostitute sulle strade. Una percentuale, immaginiamo, frutto di lunghe notti passate tra calcolatrici, report internazionali e un’invidiabile conoscenza diretta del fenomeno. O forse no. Forse è solo l’ennesimo esercizio di propaganda, una di quelle frasi costruite per fare rumore senza preoccuparsi minimamente della realtà.
Perché diciamocelo, chi ha bisogno di dati quando si può sparare una cifra a caso? Le donne migranti non sono persone, non hanno storie, non hanno sofferenze, non hanno sogni: sono una statistica che si declina al ribasso, pronte a invadere le nostre strade con tacchi a spillo e minigonne d’ordinanza. Nessun cenno alle loro fughe disperate, nessuna parola sulle violenze subite, nessun accenno ai trafficanti che le trasformano in merce. Meglio costruire l’immagine che fa comodo: un esercito di prostitute pronte a degradare il decoro delle nostre città.

Il meccanismo della tratta
Per comprendere cosa c’è dietro il fenomeno della prostituzione forzata, bisogna partire dai numeri reali. La tratta degli esseri umani è un business da miliardi di euro, secondo le stime dell’ONU. Le donne vengono ingannate con false promesse di lavoro o rapite direttamente nei loro paesi di origine. Le rotte della tratta passano spesso attraverso la Libia, dove subiscono violenze inenarrabili nei centri di detenzione. Una volta in Italia, finiscono nelle mani di reti criminali, spesso composte da connazionali che le tengono in stato di schiavitù con debiti impossibili da estinguere.
Chi consuma questo mercato? Non certo i migranti. I clienti sono italiani, spesso uomini rispettabili, padri di famiglia. Gente che, mentre invoca il decoro urbano, finanzia il racket della prostituzione. Ma su questo Santanchè tace. Meglio puntare il dito contro chi subisce, mai contro chi sfrutta.
Le donne sono costrette a prostituirsi sotto la minaccia di torture, stupri e ritorsioni sulle loro famiglie. Gli sfruttatori usano il juju, un rito voodoo, per terrorizzarle e impedirne la fuga. Oppure, più semplicemente, usano la violenza fisica. Se vengono arrestate, non denunciano per paura. E così il ciclo continua.
La colpevolizzazione delle donne
Eppure, in questa narrazione grottesca, la colpa non è mai di chi sfrutta, di chi organizza il traffico di esseri umani, di chi le tiene in catene. No, la colpa è sempre delle donne. Sono loro che scelgono questa vita, loro che sporcano le nostre strade, loro che vengono qui non per lavorare onestamente, ma per dissolvere la nostra civiltà con la loro presenza.

Si chiama disumanizzazione ed è una tecnica vecchia come il mondo. Funziona benissimo: una volta tolta l’umanità a qualcuno, tutto diventa possibile. Le si può respingere, le si può abbandonare in mezzo al mare, le si può trattare come scarti della società senza che nessuno abbia niente da ridire. Perché, in fondo, non sono persone. Sono un numero.
Ma c’è di più: questa narrazione tossica sulle donne, specialmente quelle migranti, non è un caso isolato. È un pezzo di un mosaico più grande, in cui la colpevolizzazione delle donne è una costante storica. Si parte dalle migranti, facili da attaccare perché già fragili e senza voce, ma il discorso si allarga a tutte le donne. Se vengono sfruttate, è colpa loro. Se subiscono violenza, dovevano stare più attente. Se chiedono diritti, stanno esagerando.
La propaganda come strumento politico
La narrazione di Santanchè si inserisce perfettamente in questa tradizione: non servono prove, basta il pregiudizio, basta una frase a effetto per spostare l’attenzione dal vero problema alle vittime stesse.
E così la tratta diventa prostituzione volontaria, la violenza diventa una conseguenza inevitabile, la povertà diventa colpa di chi la subisce. Il tutto mentre i veri responsabili continuano indisturbati: i trafficanti di esseri umani, i clienti che alimentano questo mercato, le istituzioni che chiudono gli occhi.
Santanchè non parla di immigrazione, parla contro l’immigrazione, che è diverso. E lo fa con la sottigliezza di un martello pneumatico, con la profondità di un meme su Facebook, con la responsabilità di chi getta benzina sul fuoco e poi si gode lo spettacolo delle fiamme. Ma del resto, la politica oggi è anche questo: chi urla di più ha sempre ragione. O almeno, così crede.
🍾Il mio vino sospeso
A te che sei arrivato fin qui, lascio un vino. Un vino sospeso, come gesto, come pensiero.
Non è un consiglio, non è una lezione. È un dono. Un filo che ci tiene legati, anche a distanza. Lo scelgo in silenzio, dopo aver scritto.
Grazie per il tempo che mi hai dato. Se lo berrai, o l’hai già fatto, dimmelo. È un modo per ritrovarci.”
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- Le ragazze di Benin City. La tratta delle nuove schiave dalla Nigeria ai marciapiedi d’Italia
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