Vino Dealcolato: L’Aria Fritta Di Riccardo Cotarella

Riccardo Cotarella, l’enologo degli enologi. Per anni ha predicato la sacralità del grado alcolico come misura dell’orgoglio contadino. Ora, con la calma lucida del bevitore redento, scende dal pulpito e vende acqua aromatizzata. Anzi no: vino dealcolato. Che è come dire: “Faccio l’amore, ma senza toccare nessuno.”
Un uomo che ha fatto della perfezione tecnica una religione, che ha consacrato il controllo assoluto sull’uva e sul vino, ora si trova a fare i conti con una realtà che cambia. Da predicatore fervente è diventato mercante, ma non vende più il vino, bensì la sua ombra. Un vino senza sostanza, privato dell’anima, per chi ha deciso che l’ebbrezza e la tradizione sono troppo pericolose. Un vino che rinuncia alla sua essenza per adattarsi al mercato, seguendo la logica di una convenienza che si fa strada tra moda e frenesia consumistica.
Sì, Cotarella si è convertito. Dopo aver tuonato contro la bestemmia del vino senz’alcol, ora lo produce. Dice che ha “ragionato con il cuore”. Ma forse era solo il portafoglio a pulsare. Il cuore, quello vero, batte in vigna. Non nei comunicati stampa. La sua è un’idea che, seppur spacciata per illuminazione, si fonda su una logica assai meno poetica e più pragmatica. Come molti, ha scelto di assecondare i nuovi capricci del mercato, dove il vino non è più un atto di fede, ma un prodotto da adattare alle tendenze del momento. Un prodotto che non può più essere solamente ciò che è, ma che deve piegarsi a una serie di necessità esterne, spesso vuote di significato, che non riguardano più l’autenticità, ma il consumo sterile.
Evoluzione o Vendita?
Il mondo del vino cambia, dice. I giovani bevono meno. I mercati lo chiedono. Le fiere lo impongono. E lui obbedisce. Altro che enologo: Cotarella è un barometro col cravattino. Se la Cina chiede meno alcol, lui lo toglie proprio. E così, in un attimo, l’uomo che difendeva l’ebbrezza come estasi, ne fa una colpa. Quella stessa ebbrezza che un tempo celebrava come la quintessenza della vita, ora è un peccato. È un vizio che si deve correggere. L’alcol diventa il nemico, come la caffeina nel caffè, il glutine nei biscotti, il fumo nei film. E il vino? Diventa uno spettro. Una creatura amputata. Un Frankenstein da sorseggiare col sorriso finto dei CEO, che si prodigano in pubblicità e comunicati stampa per promuovere un vino che non è più tale. Non è più una bevanda che provoca riflessioni, emozioni, ma un prodotto da sfoggiare, come un accessorio da ristorante alla moda. La sacralità della bevuta, la ricerca del gusto, il piacere del ritrovarsi con gli altri si trasformano in un gesto futile, dove la sensazione di godimento è sacrificata all’immagine.
Una Soluzione per Il Mercato, Non Per Il Gusto

Cotarella non è solo. Anche Angelo Gaja, il papa laico del Barbaresco, si è svegliato una mattina dicendo: “Facciamolo sto vino senz’alcol. Ho cambiato idea.” Questi non cambiano idea. Cambiano canale. Un giorno dicono che senza alcol non è vino. Il giorno dopo scoprono che è il futuro. E noi dovremmo pure credergli. Dovremmo credere che un cambio di rotta, improvviso e senza giustificazioni, sia il segno di un progresso, che l’innovazione si nasconda sotto la facciata di un’etichetta che non ha più nulla a che vedere con il vino che ci è stato tramandato per secoli. Questo è il nuovo linguaggio del mercato: cambiare rotta quando le acque del commercio mutano direzione, svuotando di significato i concetti stessi che definivano il nostro rapporto con il vino.
Un Vino Senza Sostanza
Si parte dal Sylvaner. Poi toccherà al Moscato, all’Aleatico. Aromi forti, per coprire la debolezza. È come mettere il deodorante al posto della doccia. Una truffa profumata, che fa scena e non sostanza. Così, la profondità di un buon vino, con la sua complessità e la sua evoluzione, si perde in un turbinio di aromi esagerati, creati in laboratorio, che non sono altro che una maschera dietro la quale si nasconde un vuoto. Un vuoto che non ha più niente a che vedere con l’autenticità, ma solo con il consumismo che ha invaso ogni aspetto della nostra vita.
Lui insiste: lo faccio “per i produttori”. Anzi no, “perché il produttore lo vuole”. Ma quale produttore? Quello vero, con i calli sulle mani? O quello seduto dietro una scrivania a Singapore? Nel lessico cotarelliano, “produttore” sa di “cliente”: chi paga comanda. La sua è una visione riduttiva del mondo del vino, dove l’amore e il rispetto per il suolo sono sostituiti dalla logica del mercato. Dove il tempo, la cultura del vino, le mani che lavorano nei campi, vengono messe da parte in favore di una visione completamente incentrata sul profitto immediato. Il vino, per Cotarella, non è più espressione di un territorio, ma un prodotto da adattare a tutte le mode e le richieste di un mondo che dimentica troppo facilmente la sua storia.
La crisi del vino esiste, è vero. Ma non si risolve snaturando l’identità. I piccoli produttori, quelli veri, quelli che camminano le vigne e non i salotti, non chiedono di togliere l’alcol. Chiedono rispetto, tempo, distribuzione equa, educazione al gusto. Cotarella invece propone un placebo: una bevanda travestita, fatta per somigliare, mai per essere.
Eppure viene un dubbio. Se davvero il vino dealcolato fosse la risposta alla crisi, non sarebbe il sintomo di una malattia più profonda? Un vino che non è vino, prodotto da chi non crede in esso, venduto a chi ne ignora l’essenza. Un’operazione chirurgica sulla memoria: si cancella l’ebbrezza, si salva il contenitore. Come togliere il sale al mare, perché irrita la pelle.
A ottobre uscirà la prima bottiglia senz’alcol firmata Cotarella. Ci sarà chi applaudirà. Chi berrà. Chi scriverà su LinkedIn quanto è bello innovare. Ma noi innamorati del vino naturale no. Noi restiamo qui, tra le vigne. Dove l’uva è ancora un corpo. Non un pretesto. Perché il vino non è un liquido. È un linguaggio. Non è una bevanda. È una dichiarazione. Non è marketing. È identità. Un’identità che va oltre il commercio, che resiste alle mode, che si nutre di tradizione e di passione, che non si lascia ridurre a prodotto. Un’identità che, nel suo vero significato, è la vera rivoluzione del vino.
🍾Il mio Vino Sospeso
A te che sei arrivato fin qui, lascio un Vino Sospeso come gesto, come pensiero.
Non è un consiglio, non è una lezione. È un dono. Un filo che ci tiene legati, anche a distanza. Lo scelgo in silenzio, dopo aver scritto.
Grazie per il tempo che mi hai dato. Se berrai questo vino, o lo hai fatto già, fammi sapere. Sarà come ritrovarci.

👉Cantina: Luigi Tecce
Vino: Purosangue 2018. Lascio questo Vino Sospeso per dire no al dealcolato, per affermare che il vino è tale nella sua interezza, nella sua alcolicità. Non è un prodotto da adattare alle mode del momento, ma un’espressione autentica di territorio e passione. Un vino che non ha paura di essere forte, che conserva la sua essenza e il suo carattere, contro chi vuole annacquarlo in nome di un consumismo sterile. Un gesto di verità, senza compromessi. Scoprilo su TripleA
👉Approfondimenti
🖋 Il mio percorso umano e professionale è stato profondamente influenzato da Sandro Sangiorgi e dall’associazione Porthos, dove ho avuto l’opportunità di scoprire il mondo del vino naturale. I suoi libri e la sua visione sono stati per me insegnamenti fondamentali. Se desideri approfondire, trovi i link qui sotto.
Primo incontro col vino buono e naturale – Porthos
Corsi ed eventi Didattica – Porthos
Editoria – Porthos Editore – Porthos
Da non perdere il libro L’invenzione della Gioia
