Vino Industriale? Bevetevelo Voi.

Benvenuti nell’era del vino industriale, dove la vigna è un database, il terroir un calcolo di mercato e il vignaiolo un tecnico specializzato in consenso gustativo. Non si coltiva più l’uva, si ottimizza un target.
Nel regno della bottiglia standardizzata, la domanda non è se un vino abbia un’anima, ma se abbia un posizionamento. Addio vigneron con le mani ruvide e le stagioni negli occhi: benvenuto, winemaker, col tuo PhD in enologia 4.0 e la tua abilità nel selezionare il lievito giusto dal catalogo nordamericano.
La liturgia è questa: si individua un pubblico (donne tra i 25 e i 35, appassionati di vino rosso ma non troppo tannico, nostalgici del barrique), si progetta il gusto ideale con l’aiuto di chimici dal camice più candido dell’etica stessa, e poi si vinifica. Anzi, si costruisce. Perché qui, cari amici, il vino non nasce: si assembla.
In vigna scorrono pesticidi come nei campi da golf, in cantina si sostituiscono i lieviti indigeni – troppo imprevedibili, troppo vivi – con quelli selezionati, cioè clonati, standardizzati, replicabili da Delhi a Napa. L’acido tartarico? Presente. La gomma arabica? Presente. Enzimi, tannini, coadiuvanti? Presenti in numero maggiore dei personaggi in un romanzo russo. Tutto è sotto controllo. Tranne, forse, il senso.
Perché il vino non deve più raccontare una terra. Deve convincere, piacere, vincere. E allora, vai con i blend improbabili: cabernet e malbec in India, riesling e viognier come se piovesse, e chardonnay ovunque – che tanto funziona. L’importante è che l’etichetta sia leggibile e il prezzo “competitivo”. Il vitigno è il brand, la bottiglia il packaging. Il resto è storytelling.
È così che si arriva ai concorsi, le Olimpiadi del gusto omologato. Dove i campioni del Nuovo Mondo battono i vecchi mostri sacri francesi in degustazioni alla cieca, mentre il pubblico applaude e il mercato ingrassa. Poco importa che quei Bordeaux avrebbero dato il meglio fra dieci anni: l’importante è oggi, l’istante, l’impatto. Il vino come selfie ben riuscito.
E allora? Allora largo alle mega-cantine con migliaia di ettari, dove il vino si produce come il detersivo: con volumi, strategie e pianificazioni da multinazionale. Le bottiglie si vendono in milioni di esemplari, si bevono senza pensarci troppo e si dimenticano con la velocità di uno spot su TikTok.
Intanto, in Europa si liberalizza il diritto d’impianto. Si pianta vite ovunque. Anche dove prima c’erano le patate. Anche dove prima c’era un’idea. Perché ora basta avere un po’ di terra, un clone certificato e qualche ettolitro di ambizione. Chardonnay nell’Hauts-de-France? Perché no. La vite, come l’uomo moderno, ha imparato a vivere senza radici.
Il vino tecnologico è l’apoteosi dell’efficienza. È replicabile, scalabile, commerciabile. È ovunque e da nessuna parte. Un vino senza tempo, senza volto, senza contraddizione. E proprio per questo, un vino senza memoria.
Che poi, a ben vedere, non è nemmeno colpa sua. È colpa nostra. Di noi che beviamo etichette, che cerchiamo il punteggio prima del profumo, che chiamiamo “esperienza” una degustazione in una fiera illuminata al neon.
Eppure, il vino vero – quello imperfetto, muto, ostinato – ci aspetta ancora. Da qualche parte, magari dietro una siepe, o in un vecchio garage. E quando lo ritroveremo, ci parlerà. Ma non con le parole del mercato.
Con quelle della terra.
Ma tra etichette lucide e calcoli perfetti, esiste ancora un vino che rifiuta di piegarsi alle logiche del mercato. Un vino che non segue mode, ma si trova, come una rivelazione. È il vino che non ha paura di essere imperfetto, di sfuggire alla standardizzazione.
Dopo aver assaporato innumerevoli vini industriali, è stato il vino naturale, che ho definito ‘sospeso’, a fermarmi, a catturare la mia attenzione e a spingermi a dar vita a questo blog.
Il vino sospeso è la memoria che non cede alla nostalgia, è l’autenticità che non teme l’errore. È il sorso che lascia il segno, che non si dimentica.
Scegli di bere con consapevolezza. Scegli il vino che parla alla terra, non al mercato.
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👉Approfondimenti
🖋 Il mio percorso umano e professionale è stato profondamente influenzato da Sandro Sangiorgi e dall’associazione Porthos, dove ho avuto l’opportunità di scoprire il mondo del vino naturale. I suoi libri e la sua visione sono stati per me insegnamenti fondamentali. Se desideri approfondire, trovi i link qui sotto.
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